Croce Rossa; quando privatizzazione fa rima con confusione.

Tra gli effetti della privatizzazione c’è anche il ruolo dei volontari.
Gestiti come dipendenti non sono retribuiti ma gli altri operatori li accusano  di inquinare il mercato.

Nata come una diatriba sul volontariato. rischia di diventare una bomba con la miccia già accesa e troppo corta. E’ il presidente di Seus, Gaetano Montalbano, a dire per primo la parola “incompatibilità” rispetto all’opera prestata nella società consortile organizzata tra la regione Sicilia e le aziende del servizio sanitario regionale dai dipendenti che prestano servizio anche come volontari in Croce Rossa o in altre associazioni similari.

A nulla vale il ricorso di Francesco Rocca e del presidente delle Misericordie al Governatore Siciliano Crocetta, dove si stigmatizza il contenuto della missiva e si conferma che non c’è nessuna concorrenza ma addirittura i volontari possono completare la gestione delle eccedenze che risulterebbero nelle attribuzioni dei servizi. La Seus corregge il tiro e dichiarando in una nota di questi giorni di non avercela con il volontariato puro e semplice ma parla ancora di una grave incompatibilità che si sarebbe verificata nel momento nel quale a lavorare e percepire una retribuzione si fossero trovati non volontari comuni ma i vertici delle associazioni, le persone con poteri decisionali. In effetti pare proprio che il caso Sicilia abbia coinvolto, tra i circa 18 dipendenti a rischio sospensione, anche il presidente regionale della stessa Croce Rossa Italiana, Luigi Corsaro, oltre ad alcuni altri presidenti di Comitato territoriale.

Si tratterebbe cioè secondo la Seus, di un conflitto di interesse tutto interno all’azienda e che nulla ha a che fare con Croce Rossa, i cui dipendenti sottoscrivono un patto che gli impedirebbe non di prestare opera di volontariato ma di assumere posizioni di vertice in Enti o associazioni i cui ambiti operativi coincidano in tutto o in parte con quelli di Seus. I volontari di Croce Rossa avrebbero ottenuto una proroga di un paio di settimane per presentare le loro deduzioni riguardo questa presunta incompatibilità.

Il tema però è più caldo e si accende ogni giorno che passa. Ormai la Croce Rossa Italiana, perso il suo mantello di Ente pubblico, è una struttura che opera nel mercato dei servizi sociali e sanitari e cerca di crearsi al sua fetta di pubblico fidelizzato con ogni mezzo. Ha dalla sua la possibilità di ricorrere ad un bacino teoricamente immenso di volontari e quindi di poter gestire i servizi, in concorrenza con le altre aziende, a costi decisamente inferiori. Questa cosa è particolarmente significativa quando si analizza il mutamento radicale compiuto negli ultimi 24 mesi dall’associazione di volontariato più grande d’Italia che è passata dalla condizione di Ente pubblico a vocazione umanitaria a spa della sussidiarietà mascherata da onlus, che sotto lo schermo della gestione privatistica di mezzi, uomini e denari aggira ogni forma di controllo e trasparenza per aggredire fette di quel mercato dei servizi sanitari di prima soglia che costituiscono oggi terreno fertile per ogni sorta di economia corsara.

I primi risultati non sono stati soddisfacenti, basti pensare alla gestione dei servizi di trasporto in ambulanza nella regione Lazio, prima detenuti da Cri in regime di semimonopolio ed ora definitivamente dovuti cedere ad altra impresa, una sonora sconfitta che ha portato a consistenti emorragie finanziarie ed al licenziamento coatto di centinaia di persone. Se in molti considerano quanto accaduto come il biglietto da visita della nuova privatizzazione si dovrebbe invece considerarlo come una lezione non ancora appresa a sufficienza. La trasformazione dell’associazione deve iniziare dalla designazione di obiettivi chiari, condivisi ed a breve termine. La concorrenza non si addice a chi predica l’umanità, si traveste da onlus ma cerca di atteggiarsi ad impresa, con la scusa della privatizzazione. Alla concorrenza è da preferire la condivisione, la collaborazione con gli altri attori del sistema sussidiario di prima soglia altrimenti si continuerà ad usare il volontario come carne da cannone, obbligandolo a turni imposti con la pena della perdita di una fantomatica “qualifica” mentre i vertici possono continuare la giostra delle poltrone che ormai, in questa dissestata associazione, è la massima aspirazione di qualsiasi rampante nuovo ammesso, magari con il sogno di sedersi un giorno proprio su quella dorata in cima a tutte le altre arrogandosi la spocchia di non voler far sapere a nessuno quale sia lo stipendio che ci si è attribuiti.

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