Croce Rossa: Pulcinella non ha segreti e l’autodafè non si appiccia.

C’è un autodafé che in Croce Rossa non riesce mai ad incendiare la pira, che serve più che altro a chi tenta di innescarlo per convincersi che potrà tornare a farsi i fatti suoi sulle spalle dei Volontari come prima o forse più e meglio di prima. Chi sono io allora per togliere ad un povero disgraziato i suoi sogni?

Vorrei però avere lo spunto per tentare di chiarire un concetto, di sottolineare un passaggio. La ragione per la quale la prima fase di questo approfondimento sul lato oscuro della Cri è stata condotta attraverso uno pseudonimo non va cercata nella mancanza di coraggio ma risponde a ragioni precise.

Innanzitutto è stata utilizzata una testata registrata, Il Quotidiano Italiano di Bari, che ha un suo Direttore responsabile. E’ prassi nel giornalismo come nella letteratura utilizzare, in particolari circostanze, uno pseudonimo. Non è cosa contraria alla deontologia professionale né alla Legge. Attenzione, parlo di uno pseudonimo professionale, non di un profilo di Facebook falso. La Legge prescrive che, a domanda legittima, il Direttore possa rivelare l’identità del giornalista. Questa domanda è mai stata avanzata da qualcuno? Non mi risulta.

Casi di giornalisti con il nickname ce ne sono infiniti: Lo Svizzero, Ghino di Tacco, Mirmidone, Ricciardetto, Fortebraccio o Geronimo che secondo certe anime pavide andrebbero bruciati su rogo assieme a Elena Ferrante, Stephen King, Wu Ming, Curzio Malaparte e Stendhal. Ma così, per fortuna, non è.

Perché iniziare un lavoro con uno pseudonimo? Per esempio perché scrivendo le prime righe non avevo contezza della dimensione del problema che pervadeva l’Associazione di volontariato più grande d’Italia. Perché non ritenevo opportuno personalizzare la questione, in quanto ogni intervento sarebbe sembrato come fatto soltanto allo scopo di rubare la poltrona al malcapitato di turno. Perché già c’era chi mandava in giro la favola che fossi animato da risentimento in quanto non sarei stato assunto dalla Croce Rossa. Chi ha fatto della Cri il suo bancomat ragiona sempre con lo stesso metro, il profitto personale, e crede che gli altri danzino tutti allo stesso ritmo.

Gli assunti nella Cri sono altri, la Cri non mi ha mai retribuito, altri non possono affermare il contrario. Al contrario alla Cri ho dato molto e molto darò, regalando importanti progetti, costruendo e conducendo grandi iniziative che poi qualcun’altro ha voluto cavalcare ritraendone, a volte, anche un ingiusto profitto.

Comunque tutti sapevano bene chi ci fosse dietro lo pseudonimo, proprio il segreto di Pulcinella tanto che il “simpatico burlone” ed il “pagnottella” appena letto del coming out si sono affrettati a scrivere e raccontare che “da almeno un anno” sapevano bene a chi corrispondesse il nick e non si sono mai mossi in nessun senso proprio perché a loro conveniva così. Per rompere quindi il giogo della loro convenienza ho deciso di non disturbare più l’amico Antonio Loconte, che pur con innata cortesia si era messo a disposizione di questo viaggio, e continuare la mia inchiesta da solo.

Nessuno, ripeto, nessuno ha mai chiesto ad Antonio Loconte chi stesse lavorando dietro quel nome, come anche nessuno, né Rocca né Ronzi, ha mai ricevuto la strana coppia Loconte/Banti che più volte ha chiesto di andare ad intervistare sui temi oggetto dell’inchiesta proprio i vertici della Cri. Anzi, mi correggo, una volta un appuntamento ci fu dato, salvo disdirlo a poche ore dall’Incontro. Ma la cosa deve essere un attitudine comune, a certi livelli. Anch’io, benché lo avessi richiesto davanti a testimoni, non sono riuscito a farmi ricevere dal mio Presidente regionale.

Ecco che si dimostra in tutta la sua imponenza e senza tanti giri i parole, l’essenza dell’Organizzazione pronta a reprimere ogni dissenso, ogni richiesta di trasparenza, ogni interrogativo che proviene dalla base. Ecco che si palesa tutta l’autoreferenzialità di un organismo che non ammette voci fuori dal coro, che è pronto a mettere alla berlina qualsiasi manifestazione diversa dal pensiero unico, che è convinta di avere nei suoi vertici l’incarnazione della verità assoluta.

Qualcuno dovrebbe in ogni caso domandarsi perché i volontari continuino, ogni giorno, a scrivere all’indirizzo che istituimmo con Antonio tempo fa per raccogliere segnalazioni, quello che risponde a dilloanicola@gmail.com , e continuano indefessamente a raccontare non solo di una Croce Rossa che non li rappresenta, che fa altre cose rispetto alle missioni istituzionali, ma anche e soprattutto di una dirigenza che non li ascolta, dell’assenza di un canale di comunicazione che porti le istanze dei Volontari veri, prive naturalmente della tara emotiva che a volte le imbriglia, nelle stanze giuste, sui tavoli che possono decidere veramente e trasformare, come ormai è giusto, questa fetta nobile di Società italiana.

Perché la Croce Rossa è un’altra cosa.

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