Francesco Gabbani e il karma del nostro tempo.

Il Sanremo del buonismo e del politicamente e socialmente corretto travolto da una scimmia e dal racconto dei mille tic che ci anestetizzano.

Sembra facile, un motivetto qualsiasi, cantato tutto in controtempo con difficoltà vocali che avrebbero fatto desistere chiunque, vista l’importanza del palcoscenico. Ma a parte la presenza, sempre brillante, di questo Gabbani,  giovane e fantasioso interprete, ed il coinvolgimento che questa canzone trasmette è il senso di rottura che il messaggio scritto nel testo porta con se a vincere veramente sul palco dell’Ariston di Sanremo.

Contro i mostri sacri della musica nazionale, contro il buonismo che traspare da tutti i testi, pieni di miele e lacrime, contro il bisogno di piacere a tutti i costi che è iniziato con il ricordo delle vittime del terremoto ed è terminato con un endorsement alle forze di Polizia che avevano appena finito di manganellare gli studenti di Bologna, esce una canzone che fa una fotografia impietosa della nostra Società.

Come fare a non appassionarsi ad un testo fatto di istantanee lapidari che mettono sotto i riflettori lo scivolamento nichilista di quella che fu la cultura motrice di secoli di sviluppo. Come si fa a non appassionarsi al coraggio di un giovane autore che mette la faccia davanti alle telecamere e sputa addosso ad una macchina fatta di soldi e consensi, la travolge e spiazza tutti, lui stesso per primo. Lui che non ha esitato a mettersi in gioco ed a lanciare un messaggio controcorrente e rivoluzionario senza paura di sbagliare.

L’anticonformismo potrebbe essere la medicina per salvare la nostra anima prima del nostro corpo ma come dice lui stesso “l’intelligenza è demodé” e quindi la nostra unica speranza è nel cambiare, nel darci da fare per emergere da questa palude.

Storie dal gran finale cercasi. Namasté, alè!!

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