Croce Rossa: silenzio.

Il silenzio imposto per regolamento non si sposa con i principi di libertà, indipendenza e democrazia.

C’è una Croce Rossa Italiana che non va in televisione, che si sottrae alle interviste e non appare mai in foto. C’è una Croce Rossa Italiana che lavora sodo, senza retribuzione se non quella della soddisfazione personale, senza gratifica se non quella dei tanti sorrisi che incassa. C’è anche una Croce Rossa Italiana che rimane muta davanti a mille problemi interni, che non può parlare, che non può esprimere critiche in alcun modo pena pesanti sanzioni.

E’ un mondo strano, quello del volontariato in rosso, un mondo che dovrebbe marciare tutto allo stesso passo, che dovrebbe avere tutto la stessa voce ed invece è un mondo che voce non ha.

I tanti volontari che mi scrivono raccontano spesso storie di sanzioni disciplinari, sospensioni, espulsioni, di altri volontari colpevoli non di reati o di illeciti amministrativi ma solo di esternazioni incontrollate spesso registrate sui social network. Per guadagnarsi il marchio dell’infamia no serve insultare qualcuno, basta mettere in dubbio la correttezza delle decisioni di qualche delegato o presidente. Esiste un meccanismo di autoconservazione del potere che fa in modo che il disgraziato di turno venga immediatamente messo al rogo, passato sulla stessa graticola sulla quale si bruciano i diritti di espressione e tutti i buoni sentimenti che invece i volontari in rosso vanno spruzzando per le strade d’Italia tutti i giorni.

Con la privatizzazione dell’Associazione è diventato molto più semplice e meno costoso ricorrere contro le decisioni disciplinari: non serve più il Tar, basta il Tribunale Ordinario. Si innescano però una serie di fenomeni e ripercussioni che fanno in modo che le parti contrapposte siano sempre le stesse, da un lato il volontario e dall’altra parte l’Associazione in modo tale che la stessa Croce Rossa possa resistere sempre in giudizio ed in caso di soccombenza non siano i vertici resistenti a pagare in proprio ma tutta l’Associazione, anche quindi, pro quota, chi è stato leso da un arbitraria, ingiustificata ed immotivata sanzione.

I casi di sanzioni disciplinari per ragioni di libertà di espressione stanno diventando sempre di più, come aumentano esponenzialmente i casi di soccombenza, anche penale, dell’Associazione. Di questo bisognerà cominciare a discutere all’interno della stessa Croce Rossa, dove un Codice etico vaghissimo ed ingessato da principi ideali assolutamente impalpabili viene usato come un maglio per reprimere ogni manifestazione contraria ad un pensiero unico che serve sempre a fare altro.

Si parla di libertà ma non si riesce a stabilirla nell’interno stesso del sodalizio, si parla di relazioni internazionali senza riuscire a costruire quelle interne all’Associazione e tra i soci stessi. Quando ogni parola che strida contro il mainstream viene interpretata come lesa maestà ci deve essere per forza qualcuno che senta di poter esercitare una maestà che venga lesa, che ritiene di essere più uguale degli altri, che utilizza l’associazione di volontariato più grande d’Italia come una cosa propria, a tutti i livelli.

Resistere a questi provvedimenti disciplinari si può e si deve, come si deve poter parlare all’interno dell’Associazione senza che nessuno richiami all’utilizzo di determinati “canali istituzionali” che non sono fissati in nessuno dei tanti e farraginosi regolamenti che qualcuno si perita di redigere a cadenza mensile. E’ impossibile che nel terzo millennio un’Associazione che i proclami indipendente ed imparziale abbia una schiera di censori al proprio interno e non consenta ad alcun membro, se non facente parte di una specifica castina dorata, dotata di autodichia assoluta, di poter aprire bocca.

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