Croce Rossa: sette Principi addio, l’azienda Cri è un’altra cosa

 

Le carte cantano e quando i documenti raccontano di soli ricavi da prestazioni e elevatissimi costi del personale non siamo più no profit. 

 

Sto portando avanti una tesi, da molto tempo e condivisa con moltissimi Volontari, che riguarda la trasformazione della nostra Associazione in un’altra cosa. Si chiacchiera molto intorno a questo ragionamento con me ed I miei amici che proviamo a dimostrarne la fondatezza e dall’altra parte alcuni soggetti, tutti con interessi conclamati in questo status quo, che sparano bordate di insulti e cattiverie senza portare in questo dibattito argomenti e documenti.

Il tempo lavora sempre a fianco di chi ha ragione e proprio il tempo mi fa inciampare per caso in documenti come quello trasmesso qualche giorno fa dal Comitato dell’Area Metropolitana di Roma Capitale. Il giorno prima dell’Assemblea viene diramato un prospetto non siglato che illustra il conto previsionale dell’Associazione per il prossimo anno 2018. Due le voci fondamentali, tenendo sempre conto che si tratta non più di contabilità pubblica, e quindi le entrate non devono risultare da processi di accertamento, e che le uscite non hanno necessità di essere liquidate. Comunque i due dati di bilancio che vi voglio sottoporre sono la somma di euro 14.696.859,00 che viene rappresentata a fronte degli incassi previsti nel prossimo anno solare per “ricavi da vendite e prestazioni”, unica voce di entrata prevista per tutto il 2018. L’altra riga degna di menzione, secondo me, è la voce in uscita per euro 7.791.361,82 che rappresenta i “costi per il personale”.

i Volontari veri vengono sempre più marginalizzati da una gestione centripeta e fuori controllo

 

Quando raccontavo che il processo cosiddetto di riordino stava dando la possibilità a pochi di trasformare una gloriosa Associazione da no profit a smart profit qualcuno dei nobili operanti si è indignato. Queste sole due voci di bilancio dimostrano quello che andavo raccontando. Lo spirito nobile si è perso e con i Sette Principi qualcuno ci si sciacqua la bocca e basta. Se incasso denaro dalle sole prestazioni di natura commerciale e da vendite sono un’azienda, niente altro che un’azienda. Quando il costo del personale impegna in termini di spesa oltre la metà degli introiti deve soddisfare i costi del personale siamo un’azienda, peraltro i cui conti, attenendoci a i documenti che vengono presentati, sono a rischio di default in quanto i margini di sicurezza sono oltrepassati in maniera importante. Se dessimo retta alle linee guida della Federazione internazionale che raccomandano di non impegnare oltre in 20% dei ricavi complessivi di un Comitato nella medesima convenzione, mettiamo a rischio anche l’indipendenza stessa del Comitato, alla faccia appunto dei tanto sbandierati Principi.

Siamo un azienda, e lo scriviamo a chiare lettere e cifre sui nostri bilanci. Siamo peraltro un’azienda che viene esercitata nella forma giuridica detta della “società irregolare” dove i Volontari vengono sempre più marginalizzati in una gestione centripeta che non riesce a generare utili perché deve coprire costi sempre più ingenti e spesso fuori controllo. Non c’è rimedio a questo processo che si avvale di un mainstream sempre più marcato dove ogni dissenso viene represso e stigmatizzato anche con metodi a volte un po’ ruvidi. Fondamentale è il fatto che i Volontari veri, gli ultimi rimasti, stanno prendendo coscienza che quello che io ed i miei amici stiamo raccontando ormai da tre anni non sono chiacchiere, che le chiacchiere le alza come ultima difesa solo chi ha interesse materiale e diretto in questa aberrante trasformazione dell’Istituzione che ha accompagnato l’Italia in tre secoli di Storia e che è stata letteralmente aggredita e spogliata nel corso degli ultimi anni in nome di una riforma che non ha riformato nulla ma solo distrutto, licenziato e cancellato.

Dobbiamo darci da fare, amici, dobbiamo continuare a fare quotidianamente il nostro dovere perché le persone passano ma l’Istituzione è quella che rimane e di cui l’Italia ha bisogno. Si tengano pure le loro carissime e caldissime poltrone, guadagnate attraverso quella che continuano a chiamare privatizzazione, perché la Croce Rossa è un’altra cosa, sarà sempre un’altra cosa.

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