Croce Rossa: Corpo Militare, nessun futuro senza memoria /1

Se chiedessimo ora a dieci passanti cosa sia la Croce Rossa Italiana e quale tipo di attività svolga, la lampadina che si accenderebbe in testa a dieci su dieci di questi nostri concittadini sarebbe a luce blu, come quella dell’ambulanza. Non voglio scomodare né Kant né Cartesio ma il fatto che alcuni nomi suscitino nella gente comune soltanto una rappresentazione parziale di quello che tali parole rappresentino è un fatto. Non conoscere l’essenza delle cose ci impedisce non solo di apprezzarle ma anche di trarne utilità. Questo fatto per la Croce Rossa Italiana è una grande vulnerabilità.

Tra il nostro pubblico improvvisato qualcuno più sveglio potrebbe ricordare il passaggio a tempo di marcia delle Crocerossine sotto il palco delle Autorità a via dei Fori Imperiali il 2 giugno, stimolato anche dal velo blu che portano in testa, in contrasto con il candore dell’uniforme, e a questo punto si fermano praticamente tutte le conoscenze dell’italiano medio. Poi arriviamo noi, che abbiamo la Croce Rossa tatuata nell’anima e sappiamo bene che le cose non stanno così. Conosciamo le attività, le competenze, le professionalità, lo spirito, l’audacia e la dedizione del personale dell’Associazione di volontariato più grande d’Italia che ha passato tre secoli della storia patria.

Nulla deve invidiare a nessuno il Volontario, così come il Dipendente, persone che dedicano la loro vita al servizio del prossimo a portare soccorso, anche in condizioni estreme, a popolazioni in difficoltà non solo sul territorio nazionale, in tantissime emergenze internazionali in tutti gli angoli del mondo. E per dare un contorno a questo pensiero basterebbe pensare, per esempio, agli uomini del “leggendario” Servizio Emergenze della Croce Rossa Italiana, nato sulle ceneri del Centro Assistenza Terremotati istituito dalla CRI e dalla Federazione (all’epoca, Lega) a Salerno all’indomani del disastroso sisma del 23 novembre 1980.

Conosciamo le attività, le competenze, le professionalità, lo spirito, l’audacia e la dedizione del personale dell’Associazione di volontariato più grande d'Italia

Una ragnatela costituita di Centri Operativi di Emergenza sparsi sul territorio nazionale, da Buonfornello (PA) a Verona, da Potenza a Roma fino ad arrivare, negli ultimi anni, a Settimo Torinese (TO), gestita, organizzata e condotta dai Dipendenti del Corpo Militare CRI, opportunamente coadiuvati ed integrati da Volontari e dal personale civile anch’esso dipendente, nata grazie all’impegno della dottoressa Maria Clotilde Manuelli, Dirigente Superiore, Vice Direttore Generale CRI che aveva a cuore le sorti della CRI ben oltre quanto queste righe possano lasciar immaginare.

Uomini, mezzi ed attrezzature impiegati in centinaia di emergenze, molte delle quali sconosciute ai più, che vanno dall’intervento effettuato a Città del Messico, colpita da un disastroso terremoto di 8.1 gradi Richter che fece oltre 10.000 morti nel 1985, passando per la cittadina di Yerevan, nell’ex Unione Sovietica, rasa al suolo nel dicembre 1985 con oltre 25.000 vittime, fino ad arrivare più recentemente, agli interventi effettuati a seguito del conflitto in Georgia nel 2008 e del disastroso terremoto di Haiti nel 2010. Tutte emergenze affrontate con gli stessi uomini che, partiti in soccorso alle popolazioni del centro Italia, il 24 agosto 2016, furono fatti rientrare in fretta e furia perché, per alcuni di loro, il 1°settembre 2016 iniziava il processo della mobilità obbligatoria a seguito di quanto previsto dal Decreto Legislativo 178/2012.

Un insieme di competenze e professionalità unico nel suo genere, composto da specialisti in tantissimi settori, capaci di allestire a tempo di record tendopoli per migliaia di persone – l’improvviso afflusso di profughi dalla ex Jugoslavia a Gorizia nel 1991 – strutture prefabbricate modulari multiuso – Santo Stefano Belbo dopo l’alluvione del 1994 – consegnare container abitativi alle popolazioni colpite dal sisma in Umbria-Marche nel 1997, percorrendo tortuose stradine di montagna dove nessun altro mezzo delle strutture nazionali di Protezione Civile. riusciva ad arrivare. Competenze logistiche maturate in decenni di confezionamento pasti in emergenza, con le centinaia di migliaia di pasti sfornati dalle modernissime cucine campali dei vari CIE in tantissime occasioni, o nella potabilizzazione delle acque attraverso i sistemi leggeri, medi e pesanti, hanno prodotto milioni di litri di acqua potabile utilizzati, per fare i primi due esempi che vengono alla memoria, per l’emergenza nata con ’inquinamento della falda acquifera di Casale Monferrato nel 1986 o quella idrica a Napoli del 1990.

Tutte cose di cui il cittadino italiano non sa nulla, che nessuno ha voluto mai raccontare, che probabilmente nessuno ha mai avuto interesse a far sapere ed ogni volta che ho provato diffondere ho trovato, negli stesi vertici dell’Associazione, un ostracismo colpevole. Come ogni grande sceneggiato che si rispetti, però, rimando il seguito alla prossima a puntata, e ci sarà da leggere, statene certi.

 -continua – 

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