Croce Rossa: il volontariato è una cosa seria

E’ indubbiamente un problema complesso, che soffre della sedimentazione di abitudini e concetti. L’inversione di rotta repentina che ci chiede di fare la Legge va stretta a tantissimi nostri colleghi. L’articolo 17 della nuova Legge sul Terzo settore però parla chiaro: o dipendenti o volontari. E continua nei comma successivi a raccontare una nuova verità, una cosa assolutamente figlia dell’ovvio ma che porta con se un corollario di modifiche, soprattutto mentali, che devono immediatamente trovare spazio tra le fila dell’Associazione di volontariato più grande d’Italia.

Prima una definizione: “Il volontario – scrive la Legge – è una persona che, per sua libera scelta, svolge attività in favore della comunità e del bene comune, anche per il tramite di un ente del Terzo settore, mettendo a disposizione il proprio tempo e le proprie capacità per promuovere risposte ai bisogni delle persone e delle comunità beneficiarie della sua azione, in modo personale, spontaneo e gratuito, senza fini di lucro, neanche indiretti, ed esclusivamente per fini di solidarietà”. E fino a qui credo che nessuno abbia nulla da ridire.

Senza fine di lucro, quindi, e senza nemmeno guadagni di tipo indiretto. Questo è semplicissimo ma a cosa serve veramente un’affermazione del genere? A non nascondere situazioni di sfruttamento delle persone che per bisogno si dovessero trovare ad accettare contratti capestro pur di portare qualche euro a casa, a non far soggiacere a ricatto il vertice che dovesse assumere ed impiegare il personale volontario per poi vedersi richiesta giudizialmente una stabilizzazione o nuova mansione, come già è successo sovente nella vecchia Croce Rossa pubblica. Ma esiste un ambito ancora poco esplorato nel quale si va ad incagliare un potenziale problema, celato proprio dalla concezione di volontariato disinteressato e dall’opposta elevata propensione alla contrattazione ed all’attività commerciale in generale che ha attratto tutti i Comitati Cri italiani a caccia di risorse.

I rapporti tra pubblico e privato possono essere una gigantesca fonte di anomalia. Come può un Presidente di Comitato che è a sua volta dipendente pubblico gestire un Ente in forma associativa, con partita Iva e dipendenti, che fattura centinaia di migliaia di euro anche in contratti di appalto, gare e convenzioni con pubbliche amministrazioni, senza incappare in una importante infrazione alla normativa sul pubblico impiego e ai vari codici etici e di regolamentazione che proprio lui stesso, come tutti i dipendenti e funzionari pubblici, ha firmato più volte nel corso della sua carriera. Qualcuno mi ha paragonato la figura di questi soggetti alla carica elettiva pubblica che si può conseguire negli Enti Locali e quindi, secondo loro, ci sarebbe una similitudine che la legge non sanzionerebbe. C’è un errore in questa raffigurazione, in quanto la posizione del dipendente pubblico eletto Sindaco configura la contemporanea assunzione di due Uffici di diritto pubblico che la Legge non trova incompatibili tra loro. Il Sindaco, pur essendo stato anche lui eletto, non è socio dell’Ente che va a governare e di cui ha la rappresentanza. Diverso è quindi il caso del dipendente pubblico che assume l’onere di essere eletto e gestire un Ente di diritto privato, pur nell’ambito del Terzo Settore. Ed è una cosa di cui dovremo occuparci con la massima solerzia, per evitare non solo grane a chi è, pur sapendolo bene, in difetto ma anche ripercussioni sulla capacità di operare e contrarre di tutta l’Associazione.

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Rispondi