Croce Rossa: il cambiamento non c’è stato

Per lavoro mi tocca narrare della trasmutazione della politica e per orgoglio faccio la stessa cosa delle sorti della più grande Associazione di volontariato d’Italia. Si sa, la Croce Rossa non può non essere uno spaccato della Società italiana, un pezzo di paese, magari col cuore più grande e le braccia più forti, ma sempre parte della stessa Nazione. E di questo paese prende vizi, abitudini sane e pratiche meno buone, e di questo paese pretende di rappresentare le aspirazioni e di convertire i bisogni in fatti concreti.

Le aspirazioni sono raramente condivise, quasi sempre frutto di personalismi e di una ricercatezza spiccatamente poco idealista. Non potrebbe essere altrimenti, non potrei fornire un’interpretazione diversa ai segni evidenti che si manifestano in continuazione. Una delle molte piaghe di questa Croce Rossa Italiana, quella privatizzata, che nasce dalla devastazione che un progetto di riordino interpretato ad una voce sola ha lasciato in quella che senza fronzoli potrebbe essere definita la fetta migliore del volontariato nazionale, nasce proprio dalla continua manifestazione di pratiche che non è possibile definire illegali ma di certo sono inopportune.

Credo senza tema di smentita che se un Berlusconi qualsiasi fosse stato presidente di un Comitato regionale di Croce Rossa qualsiasi e avesse nominato nella maggior parte di posizioni della pianta organica del Comitato, delegati, referenti, responsabili e quant’altro vogliate, persone con la carica di Presidente di Comitato o loro congiunti, si sarebbe gridato immediatamente allo scandalo. La ragione è semplice da comprendere: i Presidenti dei Comitati sono i membri dell’Assemblea regionale e quindi sono quelli che votano il Presidente regionale, che gli attribuiscono o revocano la fiducia, che ne controllano l’assolvimento del mandato. Un presidente scaltro accontenterebbe i suoi elettori, più o meno di peso, e marcerebbe tranquillo: se va a casa lui anche i suoi elettori preferiti perdono i loro privilegi. Insisto, e perdonatemi la ripetizione del concetto, se il responsabile di porcate simili fosse stato un Berlusconi sarebbe immediatamente stato crocifisso. In Croce Rossa si preferisce fare spallucce, considerando il principio di inconferibilità, quello che proprio a Berlusconi ha fatto perdere seggio e candidature, un’ipotesi di scuola non altrimenti percorribile.

Se un altro Matteo, per esempio quello da Rignano, quello a cui urlavano in faccia di aver scritto la Legge chiamata “Buona Scuola” per trovare un posto alla signora, insegnante precaria, avesse assunto a chiamata e non avesse reso pubblici i nomi degli assunti né condiviso le procedure di assunzione e la collocazione del personale, avrebbero dato in testa con la falce, attribuendogli legami con i poteri forti, la Trilateral, la Banca Ramazzini e le assunzioni in coppia. Quello che per la Società esterna, quindi, è male in Croce Rossa è prassi, non risultando strano che nei corridoi e per le antiche stanze ogni volta che viene pubblicato un avviso di selezione si mormorino già i nominativi degli evidentemente fortunati chiamandi.

Se questa Croce Rossa è uno spaccato della Società nazionale è evidente che è un modello superato, da non prendere come esempio o prassi. Se invece si tratta del perpetuarsi di antiche usanze, del vizio patologico di qualcuno, allora bisogna fare in modo di allontanare questi viziati per evitare che tutta l’Associazione possa considerare delle perversioni personali alla stregua di una norma non scritta. Se è stata fatta una norma specifica per far cambiare l’Associazione di volontariato più grande d’Italia, in meglio secondo il legislatore, è materialmente impossibile che questo cambiamento possa avvenire quando nei posti chiave rimangano saldamente ancorate le stesse persone di prima, quelle che ricoprivano i posti chiave nel momento in cui qualcuno, al Governo, ha deciso che la Croce Rossa doveva cambiare.

 

 

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