Croce Rossa: vogliamo gli straordinari

In fondo, e dietro la cascata di cravattini a farfalla, brillantina e lustrini che ci ha sommerso ieri sera dai social, potremmo arrivare da un momento all’altro a chiederci quale senso abbia oggi, in questo momento, il volontariato. A prescindere da mille altre considerazioni tutte oscillanti tra morale e diletto, oggi esiste all’interno dell’Associazione di volontariato più grande d’Italia un problema di paura. Chi vuole fare il Volontario deve essere una persona tendenzialmente straordinaria, rara e speciale ma spesso il proprio essere straordinari fa correre il rischio di non essere simpatici a tutti. Nessuno può avere sempre il massimo consenso da tutti. Si preferiscono soggetti timidi, che possano passare inosservati, quelli che nel mio lavoro si chiamano “uomini grigi”. Chi emerge va sempre incontro alle critiche ed al dissenso.

Tra gli scopi di una non associazione come la Croce Rossa Italiana non c’è l’inclusività ma una maniera tutta speciale di alimentare la paura di sbagliare. Piccolo test: provare a nn sottoscrivere un modulo per l’adesione ad un corso o magari a non allegare la copia del vostro tesserino di codice fiscale, documento che avrete mandato altre dieci volte allo stesso indirizzo email. Bene, la soluzione per la non associazione non vi giungerà dalla telefonata, magari con voce da cazziatone, del collega che vi dirà di rimandargli la copia della tessera o del modulo siglato ma da un messaggio che con la giusta prosopopea vi dirà che per un errore – vostro – non avete avuto l’ammissione al corso. C’è una massificazione imperante che insegna a starsene al proprio posto, colorare il disegno senza uscire dai margini, non fare domande, eseguire il compitino nei tempi e con la matita giusta.

Ho sempre sostenuto che questa non associazione sia paragonabile ad una fabbrica dalla quale devono uscire tutti pezzi uguali, divisi per gruppi di produzione e lotti di fabbrica, tutti modellati a misura per non avere pezzi difettosi, nessuna fuga in avanti, nessuno che cada all’indietro, tutti nella stessa scatola. Queste sono regole fatte non dai Volontari ma da chi si è preso la briga di decidere per loro. E la straordinarietà dell’essere Volontari dove è andata a finire, o meglio ce la possiamo ancora permettere? Probabilmente chi pensa di essere normale preferisce essere prudente piuttosto che straordinario, seguire le regole anche se non sono comprensibili. Certo, è un atteggiamento rilassante che alla lunga porta anche i suoi frutti. La poltroncina, la pecetta, il viaggio premio sono cose che restano e creano audience. Se tutto va bene così non ci sarebbe ragione di cambiare eppure pochi capiscono che per essere e rimanere straordinari in un universo normalizzato basterebbe veramente poco.

Il passaggio da Ente pubblico ad Associazione privata ci ha resi meno visibili ed indispensabili, ce ne siamo accorti pian piano, e chi pretende di guidare questa barca, e lo fa senza competenza, gloria né successi, ci applica sopra appunto una logica aziendale, costruisce un prodotto e lo spinge, anzi lo fa spingere costruendo un braccio di ferro con Volontari e dipendenti senza capire che essere invisibili non paga mai. Offriamo le nostre eccellenze al mondo intero, evitiamo di mercificare un’Idea e costruiamo un sentiero virtuoso sulle critiche che non sono per forza sinonimo di fallimento. Senza le critiche, cosa diversa dalle pubbliche lapidazioni a cui ci hanno abituato certi psicopompi, non si riesce mai a far emergere la straordinarietà che deve per forza contraddistinguere chi si voglia donare disinteressatamente al prossimo.

Possiamo intraprendere una strada diversa, senza sussurrare, senza nasconderci più, senza cercare di identificarci in un progetto aziendale che è già ampiamente scontato e banalmente sconfitto.

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