Croce Rossa: un Mondo al contrario

Scopo di questa inchiesta giornalistica, spero ormai l’abbiate compreso, è quello di svelare i processi, i fenomeni di aziendalizzazione di un’idea, non additare le persone. Il lancio dello stigma, nuovo sport in voga a via Toscana, lo lasciamo a chi vuole difendere gli interessi e per far questo manda a mare i Principi ed i Valori. Quindi non se ne abbiano a male i nostri colleghi Volontari friulani se stavolta puntiamo l’obiettivo sul centro costruito intorno alla caserma Cavarzerani.

Il Comitato di Udine quello guidato da Sergio Meinero e gestito da Fabio Di Lenardo da tre anni si occupava dell’accoglienza ai migranti, arrivando a picchi di mille ospiti al giorno con un incasso di circa 25.000 euro giornalieri. Ma la media era di circa 300 ospiti pro die. La partecipazione al nuovo bando però è stata considerata anomala dalla Prefettura di Udine che ha assegnato l’appalto alla terza classificata, un’azienda napoletana che riassorbirà il personale già assunto dalla Cri. Nel frattempo la Cri di Udine aveva incassato circa dieci milioni di euro ed aveva ottenuto un ricavo del 40 per cento su quest’attività, ricavo reinvestito sul territorio, acquistando undici appartamenti per l’housing sociale e 110 defibrillatori da disseminare nei progetti.

 

Il mercato è per le aziende

La domanda che ci poniamo di fronte a dati certi ed eclatanti come questi è sempre la stessa. Come mai si vanno a chiedere contributi pubblici, si approfitta quindi di bandi, si offrono i propri servizi ad una tariffa che è assolutamente sproporzionata a quelli che sono i costi da sostenere. E vero cioè che la Cri di Udine ha fatto un’azione per la collettività ma l’ha fatta ammantandola di business. Il gap tra i costi ed il pagamento del servizio, quei quattro milioni di euro con i quali sono stati comprati undici appartamenti e 110 defibrillatori semiautomatici è stato pagato non da utenti di un qualcosa come fossero i guadagni del signor CocaCola ma con le imposte dei cittadini, si tratta di denaro pubblico. Se il servizio di Croce Rossa fosse stato messo su quel mercato particolare a sei milioni di euro invece che a dieci la collettività nazionale, e quindi anche quella di Udine, avrebbe potuto reinvestire i quattro milioni di differenza in altri servizi, per esempio per aiutare l’istruzione piuttosto che per comprare case.

 

La parola chiave è sempre “sostenibilità”.

Poi non si arriva a rendersi conto che mentre tutte le imprese sociali come l’Inps, l’Inail, le casse di previdenza, stanno cartolarizzando il patrimonio immobiliare la Cri di Udine va a comprare undici appartamenti probabilmente senza considerare che questi tra qualche anno genereranno costi ingenti di manutenzione ordinaria e straordinaria ed alla fine saranno reimmessi nel mercato generando una variazione patrimoniale fatta su denari che non dovevano essere destinati ad acquisti vari ma che servivano a compensare spese, la stessa sorte  degli immobili che adesso stanno tamponando gli ingenti debiti accumulati dalla Cri pubblica e che erano stati donati per altro scopo e non per pagare stipendi, contributi e liquidazioni. Come è anche evidente la sproporzione tra i costi che lo Stato può supportare e quelli che sostiene poi effettivamente ogni organizzazione inserita in questa filiera, generando una diseconomia che se da un lato crea un ingiusto vantaggio dall’altro fa spendere di più proprio dove lo Stato, e quindi noi cittadini, sarebbe potuto intervenire con meno soldi, destinando le risorse ad altre importanti necessità.

 

Il modello Cri è considerato scorretto da tutti

Già dall’anno successivo alcuni operatori economici sono ricorsi con successo alla giustizia amministrativa, facendo presente come, aziendalmente parlando, il modello gestionale del Comitato fosse – benché socialmente etico – concorrenzialmente scorretto, in quanto ricorrendo alla forza lavoro Volontaria, oltre a quella dei 40 operatori a stipendio poteva, “stare dentro” alle cifre messe a base d’asta altrimenti preclusive per altri operatori economici. Ovvero, giuridicamente parlando, offerte anomale a ribasso causate dalla natura NO PROFIT del concorrente.

La Prefettura di Udine, preso atto delle statuizioni del Tar e del Consiglio di Stato, a fine 2017 ha prudenzialmente sospeso il bando chiedendo un parere all’Avvocatura dello Stato; infine nel Giugno del 2018 è arrivata la decisione della commissione guidata dalla vice prefetto Gloria Allegretto incaricata ad esaminare le offerte in risposta al bando per il funzionamento del centro d’accoglienza: dal primo lotto, con una base d’asta € 2.425.936, per l’erogazione di servizi alla persona, gestione amministrativa, assistenza sanitaria, distribuzione dei beni e servizi, viene esclusa dalla gara la CROCE ROSSA ITALIANA, per _“incongruenze evidenti e plurime tra l’offerta economica presentata e i costi richiesti per i servizi”_.

Il Direttore del Comitato non esclude un ricorso, mentre il Presidente Meinero poche settimane fa rilasciava sulla stampa locale un grido d’allarme sul nuovo intensificarsi di profughi e migranti dalla rotta Balcanica, tornati pressoché a raddoppiarsi.

C’è un modello che non ha mai funzionato

In fondo questo modello aziendale non ci appartiene, la solidarietà, l’umanità si devono praticare in perdita solo perché si è scelto così, perché dall’umanità non si può ricavare un profitto. Giustificare l’aziendalizzazione con i costi di gestione della vulnerabilità è come far tornare tutti indietro con un salto e ricominciare a discutere sull’ontologia dell’uovo. Abbattere i contrattini e tagliare gli stipendi all’osso è una necessità che ci impone un Sistema che è sul punto di implodere, che ha proliferato posizioni organizzative, capi di se stesso e contratti a sei cifre immotivati ed ingiustificabili, spazzolati in giro con metodi di assunzione feudale. Proprio noi che dovremmo combattere la vulnerabilità sociale la generiamo quando con contratti sotto la media attribuiamo stipendi che poi revochiamo ogni volta che la stazione appaltante non ci rinnova la convenzione.

Vedete, non si tratta di parlare male di una meritoria Associazione, vorrei sfatare il mantra del “ non si deve parlare di certe cose perché fa male alla Cri”. Alla Cri non fa male chi cerca di parlarne per trasparenza, per modificare una deriva che presto avrà tragiche conseguenze. Alla Croce Rossa fa del male chi progetta e mette in atto attività non conformi agli ideali ed ai Valori dell’Associazione e troppo spesso lo fa considerando in primis il suo interesse e l’Associazione come il proprio recinto in esclusiva. Bisogna cambiare modello, tornare alle origini per ripartire tutti assieme, senza privilegi, senza poltrone, lasciando a casa ognuno il proprio tornaconto. Perché la Croce Rossa è un’altra cosa.

 

 

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