Croce Rossa: famo alla romana, ma anche no

 

In certe cose bisogna esserci dentro, vanno analizzate e capite per riuscire a comprendere come questo modello di Croce Rossa che tenta di imitare il business sia un modello perdente e sconfitto già dall’origine. Un esempio si può leggere nelle attività della Croce Rossa di Roma Capitale che ha tenuto dal giugno del 2016 al settembre 2017 un po’ meno di mille migranti tra i diversi CAS e HUB a Roma; di questi 420 nella sede di via Ramazzini, ai quali siamo riusciti ad assicurare il soggiorno in tende non riscaldate d’inverno e non refrigerate d’estate con un incasso di circa 35 euro al giorno percepito per 15 ininterrotti mesi su un volume medio di 420 persone.

L’accoglienza de noantri

A Roma c’è un nuovo Consiglio direttivo che parte con l’intenzione di tagliare questo ramo che comincia ad infettarsi in nome di un profitto che alle casse esangui non basta mai e non basterà più. Ingranare un’altra marcia, contro la volontà della governance nazionale e soprattutto senza il benestare dello Sceriffo di Ronzingham non è possibile. Il Comitato dovrebbe avere come tutti i suoi simili una assoluta autonomia ma questo nella nuova Croce Rossa non è nemmeno concepibile e subito viene mostrato chi comandi veramente dappertutto. Servirebbe un colpo di scena che potrebbe arrivare nell’estate scorsa, quando i Mormoni della Chiesa di Gesù Cristo e dei Santi degli Ultimi Giorni tirano fuori un portafogli bello pieno e donano a Cri Roma tantissimi beni materiali per i migranti, oltre a centinaia di migliaia di euro finalizzate ad acquistare da Fondazione Ikea le “better shelter”, ovvero moduli abitativi  realizzati   in cartone pressato e legno per sette persone, senza bagno, pensati come soluzione speditiva ed indolore per i campi profughi del Medio Oriente e dell’Africa.

Dopo un iniziale entusiasmo arriva dal comitato Centrale un diverso ordine di servizio: il campo di Via Ramazzini viene chiuso il 30 settembre, gli operatori sbattuti fuori senza pietà mentre altrove si assume, le casette Ikea montate dai Volontari con una lentezza esasperante per cercare di “mettere a reddito” la donazione dei Mormoni. A nulla sono valse le voci di chi chiedeva di inserire nelle casette Ikea ormai donate e montate gli sfollati eritrei di piazza Indipendenza – via Curtatone. Le immagini dello sgombero violento nell’agosto 2017 avevano fatto il giro d’Italia ma la risposta era sempre la medesima e ruotava intorno al pagamento di un servizio che nessuno aveva preventivato e nessuno ufficialmente richiesto.

Che cos’è il genio?

Cambio di marcia, fuori i migranti e dentro i barboni. Si comincia una trattativa estenuante con Roma Capitale che si conclude solo a gennaio 2018 con una determinazione aberrante nella parte dalla considerazione che per un migrante si spendono 35 euro al giorno mentre Roma d’inverno è piena di barboni per strada che muoiono e quindi lì all’interno della determina vengono riportate con le singole date i “tagli” alla contribuzione, prima 26 euro, poi infine ci si accorda su 20 al giorno “ma solo fino ad aprile”. Per questo vengono stanziati 400.000 euro senza specificare il capitolo di provenienza.

Dopo l’Unità è svampato anche il Principio d’ Imparzialità

L’Imparzialità non è una procedura contabile ma uno dei Principi ai quali dobbiamo rispondere, noi di Croce Rossa, durante ogni azione, connaturandone ogni fase, anche la richiesta di assegnazione di un budget È etico, risponde ai Principi stanziare per l’assistenza bio-psico-sociale dei vulnerabili 100 euro se sono omosessuali nella casa LGBT, 35 euro se sono migranti Africani ed 20 euro se sono barboni privi di protezione internazionale? A Voi che ci leggete le considerazioni del caso.

Le casette, dicevo, son state montate davvero male, prive degli oscuranti ed esposte alle intemperie senza le protezioni raccomandate dal fornitore, e durante l’inverno si sono fortemente ammalorate depauperando la donazione dei Mormoni e facendo indispettire Ikea che non voleva il nome del suo prodotto fosse accostato ad un’approssimazione tanto evidente.

Il Genio è rapidità di esecuzione.

Cri Roma a fine 2017 è risultata aggiudicataria quale unica concorrente di una gara riguardante il Campo nomadi della Barbuta finalizzata al ricollocamento lavorativo per le 100 famiglie di Sinti la domiciliate per 1.260.000 euro con gli stessi operatori ormai strutturati dal piano Nomadi 2012, quello che ha fatto registrare la stretta collaborazione tra la Cri romana e tale Angelo Scozzafava di cui ci occuperemo nei prossimi giorni. Da febbraio 2018 la Cri attende al campo de “La Barbuta” aspettando che maturino le proprie competenze mentre ovviamente i Rom non hanno alcun servizio concreto al momento. Peggio di loro però è andata alla comunità Rom del Campo River, sulla Flaminia. Gli stessi, particolarmente integrati sotto il profilo scolastico – l’85% dei minori andava a scuola lì dietro – sono stati portati a via Ramazzini , a circa un ora e mezza con gli autobus dalle loro scuole e li infilati nelle “Summer Shelter”, ribattezzate così per non stranire il Signor Ikea.

 

Le insegnanti della scuola dove andavano questi bambini hanno scritto una bellissima lettera firmandosi con nome e cognome, chiedendo di rivedere questa politica, che porterà inevitabilmente a settembre l’abbandono dalla sistema scolastico di decine di minori.

 

Ora chiunque di Voi sia stato in un campo Rom ne conosce bene il colorito folklore e non ha difficoltà ad immaginare la bellezza di un momento multietnico nel cuore della cittadella Cri, nel cuore stesso di Roma, tutto per fare cassa ed un “soccorso verde” al nuovo Ministro degli Interni che si era fatto stoccare dalla CEDU sulle modalità di sgombero del campo.

I migranti dove sono?

Questa è una domanda che finora nessun giornalista si era mai posto e aveva mai posto ai responsabili di questo status quo, di questa azienda anomala ammantata di umanità, un po come la domanda che nessuno ha mai fatto all’autocrate e cioè per quale ragione un’associazione di volontariato debba spendere 400.000 euro al mese per andare a spostare la sua azione al di fuori dei confini nazionali. Ma questo è un altro argomento e vi promettiamo ci torneremo prima della fine del mese. Dove vanno a finire i migranti una volta che la convenzione viene chiusa? Finiscono naturalmente in strada o se gli atti giusti vengono firmati di nuovo queste persone vengono spostate, magari nottetempo in strutture nuove di zecca come al CAS Enea di via di Boccea 530 in maniera di concentrare in un unico posto – nel pieno tessuto urbano – costi e ospiti, risparmiando sul personale e aumentando i margini sul gettone dell’accoglienza.

E’ evidente che questo non può essere un modello di business replicabile e funzionante sia perché ad un’associazione di volontariato non può e non deve interessare applicare modelli di business ed anche perché non esistono al momento soggetti in grado di gestire un’associazione umanitaria come fosse un’azienda modello ed i risultati contabili ne sono la piena prova. Se l’Associazione nazionale, a tutti i livelli, si occupasse di svolgere con dignità ed onore i compiti che anche la stessa Legge, oltre allo Statuto, le assegna vivremo tutti in un mondo migliore, non ci sarebbero poltrone e strapuntini da dividere ed anche lo spirito del disinteresse farebbe respirare a tutti un aria migliore, perché non dimenticatelo mai, la Croce Rossa è un’altra cosa.

 

qualche link da vedere

Roma, la Cri: «Il Comune chiude il presidio umanitario al Tiburtino». La scadenza è il 30 giugno. Poi lavori e gara

Chiuso centro di accoglienza Hotel Point via Flaminia

Camping River a Roma: tutta la storia del campo rom sgomberato sulla Tiberina

Occupazione via Costi, si avvicina lo sgombero: operazione dei vigili per censire le fragilità

MIGRANTI, RAMPELLI: EFFETTUATO SOPRALLUOGO PRESSO CENTRO CROCE ROSSA VIA BOCCEA

Sgombero River, lettera delle maestre dei minori rom

 

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