Croce Rossa: alchimie nel castello di carte

 

E’ difficile in un momento come questo ed in un Mondo come il nostro far rimanere saldi Principi che ben si adattano ad un’Associazione di Volontariato mentre si tenta di accomodarli a decorazione di un’Azienda atipica, di quella che ho più volte definito Società irregolare. Il Sesto Principio dei Sette dovrebbe applicarsi e viene adesso usato come scudo per le rivendicazioni di autonomia e peculiarità tra le Componenti ma si deve attagliare anche e soprattutto tra i vari Comitati di Croce Rossa che, oggi monadi isolate, dovrebbero essere altrettanti terminali di un’unica rete di impatto globale.

Perché non esiste più l’Unità?

Eppure chi ritiene di essere investito dei poteri politici ed amministrativi ha ritenuto opportuno negli ultimi anni metastatizzare un numero patologico di Comitati e sottolinearne le differenze reciproche a danno dell’Etica globale dell’Associazione. La palla da far bere al popolo con due cubetti di ghiaccio, preparata proprio dagli appassionati di spritz, è stata che un numero più elevato di Comitati avrebbe garantito una maggiore prossimità con le vulnerabilità del territorio e le differenze tra Comitati una più accurata specificità di risposte. In realtà il gioco al massacro si è disegnato intorno al numero di poltrone, determinato da una regola magica e molto da Prima Repubblica, che stabiliva il quoziente giusto tra chiappe da accontentare e far accomodare e voti necessari per mantenere in vita gli organismi sovraordinati, tenuto conto che nelle assemblee regionali ed in quella nazionale l’Unità prescriva che indipendentemente dal numero dei Soci ogni Comitato abbia assegnato un voto, un po’ come nelle cooperative che appunto sono Aziende. Nel breve termine la creazione di nuovi Comitati ha soddisfatto la sete di potere dei tanti ex Ispettori “di qualcosa” che si sono trovati ad essere ex e basta dalla sera alla mattina.

Il problema è la sua cura

Farsi dare una mano è sempre possibile, per questa ragione il nuovissimo Statuto crea le figure dei Direttori dei Comitati minori, professionisti pagati dai Comitati stessi per sollevare la parte politica delle responsabilità manageriali ma convenienti soltanto per quelle realtà economicamente più consistenti. La maggior parte dei Presidenti e dei Consigli Direttivi d’Italia può andarsi a schiantare con le proprie responsabilità civili dove meglio preferisce, all’oscuro delle regole. Andando più a fondo nel problema copriamo che le differenze tra Comitati, sancite civilmente con la personalità giuridica di diritto privato e fiscalmente con l’attribuzione di una propria partita IVA, hanno una giustificazione ancora migliore: la nuova disciplina introdotta dalla novella sul Terzo Settore sancisce, semmai ve ne fosse bisogno, l’assoluta incompatibilità tra Volontari e dipendenti.

La norma evidenzia un concetto lapalissiano: la differenza tra due persone che siano chiamate a svolgere la medesima attività, la prima sostenendo dei costi, la seconda percependo una retribuzione.

A ben vedere questa legge è una garanzia per i lavoratori: anzitutto difende la loro professionalità, evitando che un qualsiasi Volontario “di passaggio” possa, a tempo perso o con metodo, essere considerato fungibile al lavoratore, e pertanto sostituirlo. In secondo luogo evitando che parte datoriale possa esigere parte della prestazione a titolo volontaristico e gratuito, minacciando ritorsioni in caso di rifiuto sul rapporto di lavoro di controparte.

Eppure questi concetti elementari sono respinti da buona parte dei Presidenti, dopati dal sistema ibrido incestuoso del Volontario-dipendente, ovvero un precario sottopagato cui pretendere parte delle ore di lavoro gratuitamente, in nome di una retorica discriminazione dei lavoratori Cri, esclusi dalla possibilità di donare il proprio tempo libero all’Associazione, dicendosi altresì stanchi di chi evidenzi la violazione di legge e degradandone le ragioni a “sterile polemica”, la solita sterile polemica

Il genio è decisione

E’ il gioco delle tre carte, il metodo per sputtanare lo studio prolungato di tante teste pensanti che nei Ministeri hanno perso tempo e sudore, è il modo per fregarsene di tutto e di tutti ma soprattutto per prendere in giro dipendenti e Volontari della più grande realtà associativa nazionale. Oltre ad essere una proverbiale mandrakata, la soluzione dello spostare i dipendenti a fare i Volontari in un altro Comitato è una gravissima violazione del Principio di Unità. Sostenere tale aberrazione significa giuridicamente dire che il Comitato di Paperopoli è un’altra Cri rispetto al Comitato di Topolinia. Questo sistema ha portato negli anni a cavallo della privatizzazione alla frammentazione del Comitato di Roma e dei Comitati della Provincia in 37 Comitati dell’Area Metropolitana di Roma Capitale, di cui 10 Municipali all’interno del raccordo anulare, oltre Ostia. Abbiamo tante partite IVA e tanti Comitati? E noi al lavoratore lo iscriviamo nel libro soci di un Comitato e gli facciamo svolgere attività in quello limitrofo. Tali realtà, che consentono un traffico di uomini e merci brandizzate Cri sul territorio, sono amministrativamente debolissime, spesso in perdita, sostenute da un fitto sistema di fatturazioni reciproche, finalizzato a portare le realtà di bilancio in pareggi contabili date dalle somme algebriche di perdite finanziarie contemperate dall’iscrizione patrimoniale di crediti esigibili inter Comitati. E l’uomo campa o almeno crede di campare. Quale uomo poi?

C’è un caso che può fare scuola.

D’altronde, se fin qui, con un equilibrio finanziario degno di un giocoliere, potrebbe per assurdo non farsi male nessuno, discorso diverso è opportuno farlo per la vicenda CEM /GEM. Il Comitato di Roma, sin dall’era dell’Ente Pubblico ha il privilegio di poter ospitare nella propria sede diverse decine di persone con disabilità motorie e ritardi congnitivi, anche gravissimi, in regime residenziale o semiresidenziale. Qualcuno dei pazienti ha superato i 50 anni di permanenza all’interno del CEM – Centro di Educazione Motoria della Croce Rossa Italiana. Un onore ed un vanto. Tali persone, chiamate affettuosamente dagli operatori romani, “i nostri ragazzi”, hanno alle spalle una congerie molto variegata di situazioni economico familiari: molti sono giuridicamente qualificati come “incapaci di intendere e di volere” ed hanno bisogno di un tutore. Qualcuno scelto tra i propri familiari, altri dall’Autorità Giudiziaria del Tribunale.

Fintanto che l’Associazione è stata pubblica non si sono evidenziati particolari problemi. Per quanto ci siano sempre state difficoltà economiche, il denaro necessario per il mantenimento della struttura di eccellenza per i ragazzi, era ovvio che arrivasse dalla leva tributaria. Potevano essere fondi dalla sanità regionale, o fondi dell’Ente Pubblico CRI, ma sempre di denaro pubblico parlavamo.

I guai sono nati dalla privatizzazione. Chi si accolla e spese rilevantissime di decine di disabili gravi? Chi va a dire alle Associazioni di genitori del CEM che per la privatizzazione di Cri e per tenere tutte le spese della baracca si introducevano delle rette pesanti o si dovevano tagliare i servizi ai loro ragazzi? Il Comitato di Roma nel 2015 inizia una trattativa esasperante con la Regione Lazio, sino a che la neo Presidente Diodati, dopo poche settimane dalla propria nomina, può raccogliere il frutto sterile dell’accordo Ronzi – Zingaretti: il CEM viene riconosciuto da Regione Lazio come una mera clinica di riabilitazione motoria, e non come una realtà nosocomiale complessa con rilevanti costi.

I duri e puri dell’advocacy immagineranno che Cri abbia iniziato a battere i pugni, perorando la condizione di vulnerabilità di decine di ragazzi disabili? Nossignore. Abbiamo invece celebrato insieme a Zingaretti il contributo pubblico regionale destinato a “Refuge”, casa di accoglienza LGBT dedicata ad offrire un rifugio residenziale costante ed un inserimento lavorativo sicuro a sette ragazzi omosessuali che, a causa della propria identità di genere, siano stati oggetto di discriminazioni o violenze.

Per tale iniziativa sono state destinate donazioni importanti di sostenitori abituali, a scapito delle vulnerabilità che storicamente ne beneficiavano, una su tutte la donazione Generali / Inassitalia peraltro contractor di Cri nazionale. La politica è compromesso, e talvolta occorre sacrificare alcuni diritti per garantirne altri. C’est la vie. E come si fa? Mentre perdura lo stallo il CRI Roma a causa della convenzione Ronzi Zingaretti perde diverse decine di migliaia di euro ogni mese per i ragazzi del CEM? Serve un metodo, qualcuno dovrà tirare la palla in porta.

Quando l’alchimia diventa necromanzia.

L’equilibrismo finanziario si trasforma nella scoperta dell’acqua, eventualmente tiepida, o meglio potremmo dire che una partita Iva al giorno toglie il problema di torno. Anziatutto si fa fondare una SRL con un capitale sociale minimo di 10.000 euro. Fatto? Bene. Si versa il 25% del capitale sociale, ovvero € 2.500. fatto? Bene. Adesso si mette come entrata di questa società la convenzione con CRI Roma e come spese tutto il personale, fino al 2015 dipendente da Cri ed ora diventato dipendente GEM. Fatto? Bene. Ripetere adesso la procedura ogni sei-dodici mesi, in maniera da poter conferire ogni volta alla new company – sempre con il medesimo nome: “GEM srl”, ma con sedi e partite iva diverse – il ramo d’azienda fruttuoso, con la possibilità, qualora servisse, di far fuori di volta in volta il personale in esubero senza passare per le procedure di licenziamento collettivo, la possibilità, qualora servisse, di demansionare i lavoratori laureati riconoscendo loro in busta paga mansioni da non-laureati e riazzerando gli scatti di anzianità.

L’attuale GEM Srl è una “ditta di pulizie” nel registro delle Imprese di Roma dal giugno 2018, è la terza con il medesimo nome e con la terza differente partita IVA dal 2016, ha in carico il personale sanitario, parasanitario, gli OSS ed il personale amministrativo e dirigente del CEM ed un contratto di fornitura sino al 31 dicembre prossimo. Poi non dci è dato di sapere cosa accadrà.

Ripetendo con costanza questa terapia si può giungere ad un nuovo modello di CEM, in cui CRI Roma abbia tra i propri asset patrimoniali una SRL che si occupi in maniera nuova e fiammante di sanità privata, lucrando sulle prestazioni, utilizzando oltre 50 anni di brand pubblico come eccellenza e tutti contenti. Oddio, magari non proprio tutti. I lavoratori meno e sicuramente molto meno i ragazzi ospiti i cui tutori legali possano essere “spintaneamente” persuasi a trovarsi un’altra struttura per abbassare i costi e lasciare il campo a situazioni meno complesse e più redditizie.

E poi c’è sempre la soluzione per il problema di cui accennavamo sopra e che ha fatto pensare a chi ha letto finora che fossimo andati leggermente fuori strada: tutti i dipendenti GEM non sono formalmente dipendenti Cri. Se hai necessità di dare uno stipendio ad un Volontario amico senza fargli perdere cariche ed elettorato, magari proprio a quella persona che ti sta particolarmente a cuore ma che non vorresti privare dello sfizio di fare volontariato per la Cri eccoti servita la soluzione su un piatto che non è d’argento perché l’argenteria chissà dov’è finita.

 

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