Eravamo quattro pini al bar

 

Troppo chiasso; intorno ad una vicenda che dovrebbe essere di ordinaria amministrazione sta nascendo una guerra civile, della stessa entità di quella che si era scatenata a luglio e che aveva per oggetto il conferimento dei residui dei giardini. Si creano due schieramenti e la piazza, la storica piazzetta Trieste, rischia di diventare ostaggio di un gioco troppo grande. Come al solito si guarda la punta del dito e la luna rimane sullo sfondo.

Su questo sfondo invece c’è un amministrazione comunale che dovrebbe essere decisionista ed invece tentenna su qualsiasi argomento. Un giorno le piante devono essere abbattute, il giorno dopo arriva il contrordine e si prova a mascherare questa indecisione sotto la forma della disponibilità al confronto. Confronto che non ci potrà mai essere perché il campanilismo ha occupato il posto del dialogo, ogni ragionamento viene ricondotto a questioni di posizionamento. Di qua o di là, insomma, di una linea esistente solo nella testa di chi la disegna in aria mentre a smorzare i toni interviene quella bolla chiamata “sicurezza” che dovrebbe tacitare tutti pur senza fare contento nessuno.

Il problema in fondo è un altro ed è la causa dello scollamento di questa impalpabile Comunità rispetto ad ogni questione. Esiste un timore serio, tangibile, che il restyling di piazza Trieste possa essere un’altra delle decine di incompiute della Perla. Aleggia, questa paura, intorno ad un progetto chiamato di riqualificazione ma che nessuno ha effettivamente visto e che tutti credono nella migliore delle ipotesi si possa concretizzare nella ripiantumazione di altrettante essenze simili arboree, e prende vita nello spettro della buca del Fungo. Il monumento alla chiacchiera, l’ode alla fregnaccia che dovrebbe essere visitabile a pagamento racconta come si possano iniziare le opere pubbliche, spendendo denari della collettività, e che queste possano essere lasciate a metà senza che sia colpa di nessuno, preda della furia distruttiva che ogni schieramento ha frapposto alle iniziative di chi lo ha preceduto.

Nessuna amministrazione degli ultimi trent’anni è sfuggita a questa logica perversa ed è proprio questo meccanismo che spaventa i cittadini. La buca del Fungo è solo l’esempio più evidente di questa logica perdente, improntata all’interesse di bandiera e a null’altro. La sicurezza è certamente una ragione per muoversi e fare in fretta ma andare ad incidere nel cuore storico della Città è un’operazione pericolosa e controproducente se non si ha una strategia, se non si coltiva un piano B ma soprattutto se la cittadinanza è tenuta all’oscuro dalle intenzioni, dalle azioni e dalle relative conseguenze.

Alla fine, come vada, nessuno potrà dire di aver vinto. Nessuno potrà dire di avere avuto ragione. Nessuno sarà in grado di portare a casa un risultato utile. Si sarà perso tempo, che poteva essere dedicato a cause più importanti, e soprattutto si saranno inaspriti, inutilmente, gli animi. Sarebbe suggestivo interpretare i pensieri di quelle sei piante, che da lassù ci guardano agitarci tutti. Chissà cosa potranno pensare di noi, chissà…

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