Un teorema lungo 40 anni

Un teorema lungo 40 anni

7 Aprile 2019 0 Di Cristiano Degni

Se c’è una sete di Giustizia questa va dissetata con le sentenze, mai solo con gli arresti. Oggi dobbiamo ricordare che esattamente 40 anni fa il teorema giudiziario di un magistrato ha sconvolto un’intera area politica, come succederà poi l’anno successivo per la fazione opposta, ma le sue imputazioni non hanno retto la verifica nelle aule di Tribunale.

Il 21 marzo 1979 cambia la legge sull’associazionismo per delinquere e la norma prima riservata alla delinquenza comune adesso viene estesa anche ai reati politici. Prende la palla al balzo Pietro Calogero, pubblico ministero a Padova, che decide di indagare i vertici di Autonomia Operaia, movimento della sinistra extraparlamentare attivo dai primi anni 70. I mandati di cattura sono ventuno e finiscono in manette i vertici di Potere Operaio, molti docenti universitari, i giornalisti di testate come Autonomia e Magazzino, quelli di radio Sherwood, considerati tutti anche fiancheggiatori delle Brigate Rosse e di Prima Linea.

Oltre a centinaia di militanti in tutta Italia vennero arrestati anche Toni Negri, Oreste Scalzone, Lanfranco Pace ed Emilio Vesce. La motivazione degli arresti era aver «organizzato e diretto un’associazione denominata Brigate Rosse, costituita in banda armata con organizzazione paramilitare e dotazione di armi, munizioni ed esplosivi, al fine di promuovere l’insurrezione armata contro i poteri dello Stato». Altri arresti si ebbero nei restanti mesi del 1979, da giugno a dicembre, e nel 1980: in tutto, agli imputati verranno comminati quasi 300 anni di carcerazione preventiva.

Una delle tesi di Toni Negri sosteneva che la lotta armata «è il filo rosso dell’organizzazione dell’operaio multinazionale e del suo ciclo di lotte: dobbiamo dipanarlo… In tutti i Paesi a capitalismo sviluppato si dà ormai una casistica estremamente ampia di prime iniziative proletarie armate per l’appropriazione e per il salario garantito. La continuità dell’iniziativa operaia su questo piano è necessaria. Ma nel momento stesso in cui essa, come momento fondamentale, si attua, comprende in sé tutta una serie di momenti subordinati alla lotta di massa ma non meno essenziali della lotta armata del proletariato: lotta contro il terrorismo padronale, contro l’uso capitalistico della canaglia fascista, contro i ricatti e le repressioni individuali e di massa che i padroni operano, giustizia proletaria, tutto questo si concentra e si esalta dentro l’asse fondamentale di azione che è la lotta di massa armata.»

La fine di questa triste pagina di Storia italiana ci consegna una serie di verdetti giudiziari definitivi che vede l’assoluzione di sette tra i dodici maggiori leader di Autonomia Operaia, cinque, tra cui Piperno, Negri e Scalzone, condannati a pene inferiori rispetto alle iniziali richieste ed accuse. Per la Cassazione comunque Negri e altri capi di Autonomia Operaia sono stati i promotori di una trama eversiva che ha operato senza interruzione dal 1971 al 1979. Non è stata però dimostrata alcuna contiguità dei leader autonomi con le Brigate Rosse e il sequestro Moro che era alle fondamenta del cosiddetto “Teorema Calogero”. Le BR risultarono politicamente indipendenti e rispondenti al progetto ideologico di Renato Curcio, Alberto Franceschini, Enrico Fenzi e Giovanni Senzani, anziché alle teorizzazioni di Negri o Scalzone.

Tutti i condannati subirono pene inferiori a quelle richieste dai pubblici ministeri dei vari processi, alcuni indagati furono assolti per insufficienza di prove o con formula piena.

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