Croce Rossa: una domanda in più.

Croce Rossa: una domanda in più.

16 Settembre 2019 0 Di Cristiano Degni

Sarebbe bello trovare le parole giuste, sempre, in ogni occasione. Come diceva Michele Apicella, straordinario alter ego di Nanni Moretti nel film “Palombella Rossa”, le parole sono importanti. Ho salutato con piacere l’evento che ha visto protagonista il Pagnottella. Mi lega a Flavio Ronzi un affetto, una considerazione, una consonanza d’intenti e di ideali che in molti considerano fuori dal comune. E questa cosa mi piace. Mi è dispiaciuto invece il modo col quale lui stesso, esperto di comunicazione, ha presentato alla stampa un pezzo della sua vita, mi è dispiaciuto veramente perché alle parole, come ai fatti, ho sempre dato il peso che meritano.

Quando il sentimento si mescola con l’ostentazione, allora anche il collante che unisce due persone perde di valore, è un dato indubbio. Nulla a che fare la rilevanza personale dei soggetti in questione perché se Ronzi è oggi un personaggio pubblico non è per meriti personali o per qualcosa che ha saputo costruire nella sua giovane vita ma per una congiuntura astrale, provocata ad arte, che lo ha collocato su una poltrona che l’altro ieri non esisteva, all’insaputa dei suoi stessi datori di lavoro, i Volontari dell’Associazione che oggi ancora non sono stati ammessi alla luce, a guardare il contrattino chiuso in un cassettino, quel pezzo di carta che lo lega all’Associazione che gli da da mangiare. Se si vuole far decollare questa moribonda associazione è necessario separare la persona dalla sua funzione, il privato dal pubblico, non è il segretario generale della Cri che si unisce con un suo dipendente, li ci sono Flavio e Matteo, e basta. Raccontare della cerimonia dell’unione di due persone urbi et orbi ha soltanto il senso, amaro, dell’autopromozione, della soddisfazione materiale di un narcisismo che collide con l’altruismo, della ricerca di ulteriore visibilità a buon mercato, tutte cose che relegano il personaggio nel mondo dell’apparire e non lo schiodano da li.

Ma le quattro righe diffuse, assieme alle foto, alle Agenzie raccontano altro, tutte cose che erano già ben comprese da chi ne aveva i mezzi e che oggi sono esplicitate. Le elenco brevemente per non tediare chi già fa fatica a leggermi.

La donazione

Bellissimo gesto, il gesto di chi ha tanto nei confronti di chi ha meno. La casa Refugee è però un posto particolare; fortemente voluta da Flavio Ronzi e finanziata con contributo pubblico oggi è in crisi. Gli operatori, molti, sono stati licenziati ed anche qualche quadro ha perso il lavoro, sull’onda negativa che ha colpito anche il Comitato di Roma per colpa, secondo me, di un management poco capace. “Dù spicci” diremmo noi insediati da millenni sulle rive del biondo fiume, due gocce d’acqua che hanno un valore simbolico come tutta questa operazione di make up che tenta di nascondere sotto cerone e paillettes rughe e solchi ben profondi. Nel frattempo chi ha operato nella struttura è senza stipendio e senza lavoro. Evviva gli sposi, direbbe qualcuno. Perché no? Evviva, evviva, battiamo le mani.

I Corpi Ausiliari

Racconta Ronzi nella nota diffusa alla stampa che “mi aspettavo ogni resistenza, specialmente dalle componenti militari” dimostrandoci che gli stereotipi sono sempre duri a morire. Chi indossa l’uniforme deve essere pregno di un machismo esteriore che trasuda fino ad arrivare nei suntuosi uffici del segretariato generale. Per chi come me conosce il mondo Croce Rossa, analizza il nuovo che avanza e ne certifica su carta gli scopi occulti appare chiarissimo il concetto vero, invece, quello che ha mosso tante azioni rovinose. Ronzi ci ha spiegato con due parole in fila quale sia la ragione della sua personale avversione nei confronti dei dipendenti ed ora dei volontari con le stellette, Crocerossine comprese, e ci ha esposto la ragione vera, ultima, della sua personale azione di disarticolazione dell’ultimo baluardo di Ente pubblico parcheggiato nel perimetro associativo. Altro che spreco di denaro, altro che scontro con Dialuce, altro che impronta antimilitarista da dare alla nuova Associazione; qui c’è una guerra e la guerra, nella migliore delle tradizioni, inizia per un pensiero cattivo, sempre. Un pensiero cattivo che nasce appunto in maniera stereotipata, come pieno di stereotipi è il suo racconto di una personale impressione, senza citare episodi reali ma partendo da un’idea che si era fatto, sfruttando i si dice, raccontando con uno dei migliori sviluppi la tessitura di un preconcetto, di un pregiudizio, proprio lui che dice di lottare contro i pregiudizi e che ne invece ne è portatore oggi dichiarato. Facciamo la foto con gli sposi, su, tutti in fila.

Lo stigma diffuso.

Per lavoro sono abituato a leggere e la prima occhiata la do molto velocemente, su ogni testo. E così quando lo sguardo è arrivato sulla frase “la vita di chi, ancora, vive nel silenzio o nella discriminazione” non mi era venuto in mente che ci fosse un riferimento alle solite supposizione di un trattamento differenziale verso chi si sente diverso prima ancora di esserlo. Credevo si parlasse di noi, tanti, che siamo stigmatizzati, siamo discriminati, siamo esclusi, radiati, azzittiti, vessati ogni giorno semplicemente perché ci poniamo domande, con i nostri discorsi induciamo a pensare, denunciamo comportamenti irregolari ed illeciti, contestiamo una governance che sta distruggendo un’Idea nella sua manifestazione più nobile. Invece si solleva fumo intorno a qualcosa che non esiste allo scopo di distrarre l’attenzione dal problema più grande che avvolge questa meravigliosa Associazione. Esiste uno stigma profondo non solo nei confronti di un difficile dissenso ma anche della semplice richiesta di trasparenza, di una trasparenza che non c’è, dei criteri minimi di democrazia associativa, sempre e costantemente negati, della possibilità di discutere questi temi nei confronti assembleari, negata anche questa, della semplice risposta, anche a distanza, a domande altrettanto semplici, mai praticata. Lo spianamento di ogni dissenso che è strumentale ad un’azione di trasformazione coatta ormai ben avviata, che sta svilendo l’Istituzione ed eliminando dalla scena i Volontari, sostituiti con dipendenti vincolati dalla paga, che pur nel rispetto delle loro funzioni sono strumentali ad un’attività d’impresa che male si lega con i Principi fondamentali, lo spianamento del dissenso, dicevo, serve a condurre più velocemente e senza ulteriori intoppi in porto questa nave, nave mercantile, azienda anomala dove gli interessi di pochi sono prevalenti sui valori di tutti. Quello è lo stigma, quella è la discriminazione dominante in un Associazione che si ispira all’uguaglianza, all’imparzialità e che invece pratica l’ipocrisia e la discriminazione tra i Soci. Evviva gli sposi! Bacio bacio bacio. Quanti caffè?

Le solite domande, più una.

Mi sarebbe piaciuto essere invitato alla cerimonia, credetemi, Un po’ come forma di rispetto ed omaggio al mio amico Flavio ed anche perché magari, ingentilito dall’occasione, avrebbe avuto il piacere di rispondermi alla solita lista di domande che gli porgo ormai da qualche anno, sempre le stesse. Per esempio circa il suo contrattino, ancora chiuso nel cassettino, oppure sull’ammontare delle spese legali sostenute dalla mia Associazione ogni anno, e ancora sul numero e la durata dei commissariamenti dei Comitati, o ancora sulla lista dei dipendenti, dei consulenti, dei collaboratori e dei contrattisti della Cri e tante così che si sarà pure stufato, lui che ha tanto da fare, di starmi a sentire e alle quali non risponde perché siccome gliele porgo sempre in ordine diverso non sa da quale cominciare. O almeno io spero che si tratti di indecisione e non di reticenza, che lo farebbe passare da colpevole, complice di qualcosa di losco. Però un’altra domanda gliela voglio fare, proprio oggi che so che è finita anche la favolosa luna di miele, le valigie sono sfatte e si chiacchiera amabilmente sulla festa e sui commenti di parenti ed amici alla festa. Lo so, ci sono passato. Insomma, per farla breve, la domanda è questa. Il suo compagno o coniuge o come lo si voglia chiamare, il buon Matteo, bravo e capace ragazzo, da quando è entrato nel suo cuore? Da quanto va avanti questa meravigliosa storia d’amore? Da prima della assunzione di Matteo in Croce Rossa, o è nata durante il suo periodo di lavoro dipendente? E’ carino, è romantico, per noi che assistiamo a questi felici epiloghi, sapere una cosa così importante, la vicenda lavorativa di un Matteo passato con cortese sollecitudine dai ruoli del personale del dissestato Comitato dell’Area Metropolitana a quelli foraggiati col denaro delle nostre imposte del Comitato Nazionale. Anzi credo, per delineare certe spigolature e per far cessare tante chiacchiere, che sia essenziale che entro brevissimo termine questo dubbio sia dissipato. Insomma, stasera sono felicemente prolisso, il vostro amore è nato prima o durante il periodo di lavoro del giovine in Croce Rossa? Ho scoperto che questa Associazione e soprattutto la sua governance ama indiscutibilmente la famiglia e coltiva amabilmente i rapporti familiari. Mario Puzo, nel suo capolavoro, mette in bocca a Don Vito Corleone una frase diventata epocale “un uomo che sta troppo poco con la famiglia non sarà mai un vero uomo”. Ed è vero. In Croce Rossa si esalta la famiglia, ho raccontato del vicepresidente la cui moglie guadagna un contrattino, del delegato tecnico la cui moglie è vicesegretario e così via, potete leggere nei tanti miei articoli di un inchiesta che è ancora lunga e non finirà presto, per andare a terminare nell’elenco non breve dei Presidenti di Comitato i cui mariti, mogli, figli e nipoti sono dipendenti dell’Associazione nelle sue varie articolazioni e fetazioni. Bellissima cosa, la famiglia è la famiglia, evviva la nuova famiglia. Però non fate i puzzoni, regalateci questa data e la festeggeremo ogni anno assieme a voi. Piuttosto io nel fogliettino che accompagnava i confetti ci avrei scritto che la Croce Rossa è un’altra cosa ma so bene che per te, per voi non è così, caro Flavio. Ecco, se cerchi una diversità sta proprio in questo, in questo io e te siamo diversi, ed è meglio così.

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